Uniti Notizie 19/2025

Al cuore non si comanda

Comunemente il mese di febbraio è dedicato agli innamorati o a chi, più o meno, ha dedicato “all’amore” il proprio stile di vita.
Il santo Vangelo ci ricorda che “là dove c’è il tuo tesoro, li si troverà anche il tuo cuore (Mt 6,19-23)… qualcosa da cercare, dunque, da valorizzare e ricercare continuamente, perchè così è la vita!
Cercherò di esprimere alcuni sentimenti vissuti in questo ultimo periodo, così ricco di avvenimenti ed emozioni personali e comunitarie… il trasferimento dall’America Latina all’Italia, il corso di aggiornamento spirituale e pastorale, il giubileo dei diaconi, ed infine il mio arrivo a Monterotondo nella comunità, e chiesa, dove io fui ordinato diacono quarant’anni fa.
Molti avvenimenti, ma un solo filo conduttore: è Dio che guida la storia personale di ciascuno e nella sua provvidenza illumina e sottolinea alcuni aspetti molto significativi per la propria vita spirituale e non solo.
Da mesi mi era stato comunicato il cambio di comunità – ovvero cambiare stile di vita, di nazione, di lingua – che si è realizzato in queste ultime settimane.

Lasciare il Salvador dopo 25 anni non è così immediato e scontato: richiede anche disponibilità ad acquisire una nuova mentalità. Il Signore è stato buono con me ed ha permesso che avvenissero alcuni fatti ed eventi significativi, in questo periodo, che mi hanno aiutato molto.

Il corso d’aggiornamento spirituale e pastorale che abbiamo vissuto con un gruppo consistente di confratelli e Sorelle nella diaconia in Guatemala. Con maestria abbiamo toccato alcuni aspetti fondanti del nostro essere religiosi pastori. Non vorrei sembrare ingenuo nell’affermare l’importanza di averlo fatto “assieme”, cosa questa non da poco perché dona luce e chiarezza in ciò che siamo e facciamo. Vorrei usare un esempio per farmi capire: se leggiamo e meditiamo le “cose nostre” da soli è come se leggessimo un documento senza occhiali… per chi comunemente li usa. Invece, trovarsi insieme e meditare comunitariamente, dona ottiche nuove: i testi brillano così di luci nuove, donando valori e prospettive inimmaginabili; proprio perché fatto insieme. Qui sta tutto il suo valore innovativo!

Il saluto alla comunità di Cuyultitan, e all’America Latina, ha fatto scaturire in me sentimenti e ricordi di volti e circostanze vissuti assieme e, non ultima, la pandemia che ha cambiato, in un giorno solo, abitudini, modi di essere e di vivere.
Chi non si ricorda le note poetiche del Manzoni: “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto (vissuto) tra voi, e impresse nella sua mente (cuore)…”: poesia sì, ma anche molti ricordi ed emozioni!
L’abbraccio dei bambini nell’ultima Messa (perche’ in Salvador non si saluta, ma si abbraccia per dire un “arrivederci” e “ti portiamo nel cuore”) è stato per tutti un reciproco e caloroso augurio.

A questo punto mi è utile esprimere quella che io chiamo “paternità spirituale”, che caratterizza anche l’agire del diacono, e lo faccio citando 3 esempi concreti…
Uno si trova nella mia pagina di Facebook, dove un giovane, nelle sue difficoltà personali e familiari e nella sua malattia renale, si è rivolto a me, chiamandomi “papà”, lui che non lo ha più.

Lo stesso si può dire di un ragazzo molto vicino alla nostra la comunità che è stato cresciuto fin dal concepimento dalla nonna: in questo senso la sua famiglia è stata per lui inesistente. In noi ha visto un segno di speranza, perchè siamo famiglia.

Ancora. Don Ottorino rimane un segno che affascina per chi si sente solo, per i piccoli e gli orfani. Ci sarebbero tante storie da raccontare qui in Salvador! Pensiamo solo ai figli degli emigranti e, non ultima, a quella di un giovane prete che, in preda all’alcool e dopo un incidente stradale, è stato arrestato. Fu avvicinato e “accompagnato”, lui che era stimato docente della scuola di polizia qui nella nostra diocesi.
Quando uno si trova solo, si rivolge a chi lo sa ascoltare ed accompagnare; in questo senso i mass media aiutano, come abbiamo potuto sperimentare nella pandemia.
Soprattutto… che possiamo dire di quello che sta succedendo in questo paese, il più piccolo in America Latina, chiamato “el meñique de Centroamerica”, con i suoi oltre settecento mila giovani in carcere, perché considerati criminali, stigmatizzati e isolati da tutti, senza relazione e comunicazione con le proprie famiglie?
Sicuramente a casa hanno lasciato anche figli che sono a tutti gli effetti orfani in una guerra che è definita “moderna”, “civile” e… ingiusta!

Ho attraversato l’Oceano Atlantico… non solo con le valigie, ma con il cuore pieno di sentimenti e di riconoscenza, per aver conosciuto gente formidabile, campioni nella fede e testimoni con le fiaccole accese; riconoscente, non potevo fare altro che pregare per loro, e come si dice comunemente qui: “que Dios se los pague por tanto cariño”.

Arrivato a Fiumicino, mi sono subito immerso nel clima e nell’avvenimento del Giubileo dei diaconi; sono atterrato congiuntamente con il diacono Fredy Pallacios e sua moglie, giunti da Chicago. E’ uno dei pochi diaconi di Guatemala.
Quanto mi ha fatto bene partecipare a questo evento di carattere mondiale, con la presenza anche di figure che io conoscevo personalmente.
Nell’evento giubilare organizzato dal Dicastero per il Clero, in Via della Conciliazione a Roma, ho sentito forte che “qui c’è il dito di Dio”, usando un linguaggio “ottoriniano”: e così è stato! Qualcuno potrebbe pensare che veramente “il cielo ha pensato a noi”, a questa famiglia tanto piccola che ha avuto l’ardire di provocare il Concilio Vaticano II… ed ora lo continua a fare.
E’ stato detto che eravamo moltissimi diaconi a celebrare il giubileo in San Pietro, dopo aver attraversato, il giorno precedente, la Porta Santa. Si è parlato di cifre in quei giorni: le statistiche ufficiali dicono che i diaconi nel mondo siano oltre cinquanta mila; io pensavo a noi, piccolo seme di senape, in un giubileo con ottica profetica ed evangelica.

Con cuore paterno ho lasciato il “continente di tante speranze” – e qui giustifico il titolo di questo articolo – per giungere alla parrocchia di Gesù Operaio a Monterotondo, nel “vecchio mondo”, dove sono stato ordinato diacono quattro decadi fa.
Mi guardo allo specchio ora e vedo che ero partito come giovanotto di belle speranze, e mi ritrovo “nonno”, con tanta voglia di comunicare quello che ho imparato e vissuto, con allegria, entusiasmo e fede.

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