Conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare

è il nostro solo grande ideale

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La Nostra Missione

La Famiglia di don Ottorino cammina con il Popolo di Dio prendendo sempre più coscienza che il progetto divino di salvezza per l’umanità è “che tutti siano uno” (Gv 17, 21) e perciò essa vive e promuove l’unità nella carità.

10/08/2026

“SIGNORE, NON NE POSSO PIÙ, PERÒ FA’ QUELLO CHE VUOI!”



Stiamo camminando sulla traccia di Gesù il quale è andato verso la passione. Gesù ha cercato l’abiezione; se noi non camminiamo per questa strada non siamo veri cristiani. Bisogna andare per questa strada per salvare gli uomini.
Come Gesù anche noi siamo chiamati a salvare gli uomini prima con il sangue e poi distribuendo il sangue versato, attraverso la parola. Però la prima parte è il nostro sacrificio, la nostra immolazione.
Se tu dici di voler bene a Gesù e non sei contento quando soffri, non si tratta di un vero amore.
Attenti perché “contento” non vuol dire che il dolore sia divenuto una caramella. Mi trovo spesso con persone che stanno salendo verso nostro Signore e si accusano: “Non sono ancora pronto ad accettare il dolore, cioè quando mi capita qualche cosa che costa, sto male”. E allora chiedo: “Sai dire di sì al Signore?”, e rispondono: “Certo, ma non sono ancora riuscito a fare in modo che quando mi capita una bastonata sulla testa sappia dire: come sto bene, che gusto!”.
Anima di Dio, è logico che dirai: “Signore, che male mi fa, te la offro!”. Resta sempre vero che il male è male, se no non è più croce. In altre parole, non si può pretendere di fare diventare dolce il dolore. Anche Gesù dinanzi alla croce ha detto: “Padre, se è possibile, passi questo calice...”
cfr Mt 26,39. La natura umana, anche la più santa, tira sempre indietro e quando hai accettato la croce e ti viene messa sulle spalle dirai: “Ahi, ahi, ahi! Che male! Non ne posso più!”.
Però l’accettazione è un’altra cosa. Hai delle prove? Prega: “Signore, se è possibile passi questo calice; però sia fatta la tua volontà. Dammi la grazia, dammi la forza per poterle sostenere”.
Piangerai dinanzi al tabernacolo: “Signore, non ne posso più..., però fa’ quello che vuoi”. E intanto griderai: “Ohi, ohi, ohi, che mal di pancia! Signore, sia fatta la tua volontà... Se è possibile passi... Ahi, ahi, ahi, Signore, te lo offro per le anime! Ahi, ahi, ahi, Signore!”.
Figlioli, restiamo uomini fino a due giorni dopo morti. È importante ricordare questo, perché ho trovato tante persone che arrivate a questo punto spirituale, si scoraggiano: “Io non voglio bene al Signore; se volessi veramente bene al Signore dovrei amare la croce, dovrei desiderarla!”.
Ma via, sciocco! Desiderare la croce? Non è possibile sedersi a tavola e desiderare che la minestra sia senza sale, che il pane abbia la muffa... È possibile accettare e anche avere un debole desiderio: “Beh, chissà che mi capiti qualcosetta di storto, ma non tutto, perché altrimenti sarebbe troppo; e se capiterà la accetterò.
Però, Signore, se ti accontenterai solo del desiderio, ne sarò contento”.

M107, 1-3 del 19 novembre 1966

Lavoreremo insieme per portare nel mondo un po’ di carità

Agli Amici laici scriveva: “Lavoreremo insieme per portare nel mondo un po’ di carità”. “È un’arma silenziosa la carità: ma da sola sufficiente per trasformare il mondo”. Di fatto l’unità nella carità è la scintilla che ha dato origine alla Congregazione, è la “rivoluzione” alla quale don Ottorino si è sentito irresistibilmente chiamato e a questa “rivoluzione” ha chiamato i primi collaboratori.

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