Una Chiesa diaconale

Una Chiesa diaconale è una Chiesa che si situa dalla parte dei poveri e ne assume lo sguardo sulla realtà, per interpretare i fatti e le situazioni secondo il cuore di Dio

Gesù sacerdote servo, che nell'amore ti umili e lavi i piedi all'umanità, ti amo

donOttorino

Don Ottorino Zanon

1915 – 1972

10 - Trittico X

Trittico della chiesa del seminario di Vicenza visse una intensa esperienza spirituale, sentendosi chiamato a portare l’annuncio dell’amore di Dio ai tanti giovani che nel mondo, dietro le montagne, e sulle strade della storia, non conoscevano ancora Gesù

Una Chiesa diaconale

di p. Luca Garbinetto

La Regola di Vita dei religiosi della Pia Società San Gaetano, ispirata al carisma di don Ottorino, così si esprime: “Nel servizio pastorale assumiamo come nostra la sofferenza e l’emarginazione di ogni persona e sentiamo che gli ‘ultimi’ sono coloro che subiscono una povertà causata da situazioni e strutture ingiuste e per questo sono esclusi dal cammino di piena realizzazione umana.” (C19).

Per i religiosi gaetanini la scelta degli ‘ultimi’ (i poveri) è uno degli aspetti caratterizzanti la propria azione pastorale. Significa non soltanto che non è possibile pensare a una parrocchia ottoriniana senza una speciale attenzione per i poveri, ma – ancor più profondamente – che le vicende della storia sono da guardare sempre a partire dalla prospettiva degli emarginati. La Chiesa universale ha fatto propria l’espressione coniata in America Latina: “l’opzione preferenziale per i poveri” definisce l’identità stessa della Chiesa. Anche il Concilio Vaticano II ha invitato a riconoscere i poveri come i figli prediletti del Padre e a diventare sempre più una Chiesa povera.

Dunque, una Chiesa diaconale è una Chiesa che si situa dalla parte dei poveri e ne assume lo sguardo sulla realtà, per interpretare i fatti e le situazioni secondo il cuore di Dio.

Dio, infatti, ha un debole per i poveri e si pone sempre dalla loro parte. Per assumere “gli occhi e il cuore di Dio” nella concretezza delle relazioni umane, è quindi necessario coltivare l’amicizia con i poveri e frequentarli con assiduità. L’esperienza di vita di don Ottorino ci aiuta a riflettere su questa verità. Ne ripercorriamo alcuni momenti biografici, per lasciarci illuminare su cosa significhi vivere la relazione con i poveri nella Chiesa e nella pastorale.

Una costitutiva povertà

Ogni essere umano, per il solo fatto di essere nato, vive una costitutiva povertà. È la condizione di creatura limitata che ci rende poveri. Tale aspetto ci caratterizza e originariamente non è un problema. Al contrario, ci permette di essere noi stessi, perché in questo senso la povertà è la condizione che permette di andare incontro all’altro, in quanto chi è povero non può bastare a se stesso. Tuttavia, l’irruzione del peccato nella storia ha generato un rapporto difficile dell’uomo con la propria naturale condizione di povertà, fino al punto di rifiutarla.

È la tentazione della superbia, per cui l’attaccamento ai beni materiali, la ricchezza terrena, la possibilità di avere successo e potere illudono di poter evitare o eliminare questa povertà personale.

Don Ottorino, come molti altri bambini, ha conosciuto nella sua infanzia una condizione sociale e familiare di povertà, nascendo in una famiglia con scarse risorse economiche, conoscendo la sofferenza della perdita dei fratellini, sperimentando la tragedia della guerra. In questo senso, possiamo riconoscere che alcune esperienze della vita aiutano (o in certo modo obbligano) a stare in contatto con la propria povertà, che però è di tutti.

La vita spirituale inizia quando la persona accetta di fare i conti con la propria naturale povertà e di lottare contro la tentazione di mascherarsi dietro le illusioni del possesso, del potere, del piacere per tentare di sfuggire alla povertà. Naturalmente, per don Ottorino e per ciascuno di noi questa è una scelta consapevole che può maturare con gli anni, nel cammino di crescita personale.

La povertà degli altri

Già da ragazzo don Ottorino aveva sentito nel cuore il desiderio di dedicarsi alla cura della povertà degli altri. Davanti al trittico della chiesa del seminario di Vicenza visse una intensa esperienza spirituale, sentendosi chiamato a portare l’annuncio dell’amore di Dio ai tanti giovani che nel mondo, dietro le montagne, e sulle strade della storia, non conoscevano ancora Gesù.

L’esperienza personale di una povertà concreta, abitata dalla certezza di essere amato, proiettò il giovane Ottorino verso orizzonti sterminati, mosso dall’ideale di condividere questa esperienza di salvezza. È essenziale avere un ideale grande per vivere la vita con passione. L’esperienza personale di una povertà concreta, abitata dalla certezza di essere amato, proiettò il giovane Ottorino verso orizzonti sterminati, mosso dall’ideale di condividere questa esperienza di salvezza. L’esperienza di don Ottorino ci testimonia che questo ideale matura dentro la consapevolezza di una mancanza da colmare: una povertà, appunto! Dedicarsi a “riempire” il vuoto degli altri è un modo per trasformare la consapevolezza del proprio limite in un’opportunità di dono. Per don Ottorino e per noi questo deve diventare prima di tutto un desiderio, un obiettivo, una prospettiva chiara da coltivare. Bisogna avere voglia di andare verso i poveri, per poter mettere in atto tutto quello che serve affinché ciò si realizzi!

Una povertà comunitaria

La congregazione – racconta don Ottorino rileggendo la propria storia – nasce nella sacrestia della cattedrale di Vicenza, davanti allo scandalo di preti che criticano i confratelli, persino prima e dopo la celebrazione della Messa. La critica è una delle espressioni più dolorose dell’incapacità delle persone di accogliere se stesse nella propria costitutiva povertà. È la manifestazione del peccato, che tenta di negare la dimensione creaturale, nell’assumere un atteggiamento di giudici verso i fratelli. I quali vivono una condizione simile di limite e di povertà, ma allo stesso modo possono essere in difficoltà nell’accoglierla.

Don Ottorino, ancora seminarista, si scontra con l’esperienza comunitaria di rifiuto e resistenza a vivere nella pace la propria naturale povertà. Succede anche oggi, come accadeva nei tempi passati, che ogni gruppo umano, inclusa la Chiesa, scivola in forme di negazione o di violenza nel tentativo di credersi onnipotenti, piuttosto che fare i conti con le conseguenze della propria fragilità.

Non è facile riconoscere la povertà di una comunità, di un gruppo di persone. Nonostante l’abitudine a usare frasi fatte e di maniera, siamo sempre portati a pensare che il nostro contesto di appartenenza (cultura, religione, carisma…) sia migliore degli altri. Viviamo certamente un’epoca in cui la crisi generale dell’umanità è opportunità da cogliere per riconoscerci poveri insieme.

L’incontro con i poveri

E tuttavia, la molla decisiva per donarsi ai poveri non scatta fintantoché non si realizza un incontro reale. È l’incontro che genera la scintilla da cui scoppia l’incendio dell’amore. Un incontro a volte preparato, altre volte improvviso, ma in qualche modo sempre desiderato, anche se con quel pizzico di timore che caratterizza le cose di Dio.

Per don Ottorino si è trattato di un evento, paragonabile proprio all’istante in cui Dio fa irruzione – non per la prima volta – nella sua vita. Il volto di un piccolo ladruncolo che tenta di rubare i pochi spiccioli della cassa degli aspiranti all’oratorio della parrocchia porta nel cuore di don Ottorino i lineamenti di Gesù. In questo ragazzo, il giovane cappellano riconosce la visita del Signore, che “da ricco si fece povero”, perché noi potessimo accedere alla sua ricchezza d’amore. L’incontro con il povero mobilita in don Ottorino e in noi le nostre potenzialità di amore. Da questo evento di salvezza scaturisce tutto il resto della storia della Pia Società San Gaetano.

Il quartiere delle baracche attira don Ottorino come una calamita, ma già prima i bisogni della gioventù orfana e soprattutto abbandonata a sé stessa nella crescita umana e cristiana diventano il cortile di accesso al vero tempio di Dio: la condivisione con gli ultimi. Nasceranno, in tempi di guerra, la Casetta, l’Istituto San Gaetano, i progetti di espansione missionaria, i primi religiosi…

La condivisione con i poveri

Da dove scaturisce il coraggio di stare con i poveri, dedicando la propria vita ad essi nel servizio gratuito e totalizzante? Che cosa dicono i poveri al cuore di don Ottorino e di ogni cristiano che riconosce in essi un passaggio privilegiato del Signore?

Si tratta di accorgersi che nei poveri si riflette la nostra stessa umanità, quella che – come abbiamo visto – è parte indelebile di noi. La diaconia verso i poveri non ha le caratteristiche della filantropia, dove qualcuno si dedica all’altro dall’alto verso il basso, quasi a tranquillizzare la propria coscienza e rimanendo arroccato sulla propria illusa convinzione che “i poveri sono loro!”.

Tornando alla Regola di Vita della Pia Società San Gaetano, scopriamo che la dedizione ai poveri nasce da una logica di condivisione: “Per la nostra consacrazione ci mettiamo in consonanza con la condizione dei poveri e ci impegniamo a viverne i valori nello spirito delle beatitudini e nella prospettiva della redenzione. Esprimiamo il volto diaconale della nostra comunità religiosa nell’amore fraterno che sana le povertà personali, nella testimonianza serena di una vita povera, nella disponibilità ad accogliere, come Cristo in persona, quanti sono nel bisogno.” (C20)

Una pastorale diaconale, dunque, espressione più bella del volto della Chiesa sognata dal Concilio e auspicata da papa Francesco, si delinea come l’impegno di tutti di costruire una comunità cristiana dove abbiano diritto di esistenza le povertà di ciascuno. Lo sforzo di denunciare e di combattere le logiche del mondo che generano miseria e dolore in modo ingiusto presuppone la consapevolezza solidale che la condizione di creature ci fa essere tutti fratelli e sorelle nella personale povertà. La quale, più evidente per alcuni e meno per altri, è tuttavia il luogo privilegiato dentro il quale possiamo costruire relazioni nuove secondo il cuore di Dio.

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