Agosto porta con sé, quasi per riflesso, l’idea della pausa: le città si svuotano, i ritmi si allentano, molti di noi si concedono finalmente qualche giorno di riposo. Eppure è proprio in questo mese, apparentemente meno adatto a pensare al lavoro, che tutta la Famiglia di don Ottorino sceglie di dedicargli una riflessione, una preghiera e un impegno particolari. Non è un controsenso: è, al contrario, un modo per ricordarci che la fede non prende vacanza dalle domande più concrete della vita quotidiana, e che il lavoro — con il suo intreccio di fatica, dignità e senso — riguarda tutti, in ogni stagione dell’anno.
Del resto, se guardiamo con attenzione, agosto è tutt’altro che un mese “senza lavoro”. Mentre molti riposano, altrettanti continuano a lavorare proprio perché altri possano riposare: chi gestisce una struttura turistica, chi guida un treno o un traghetto, chi presta servizio in un ospedale, chi tiene aperto un negozio o un bar nelle località di villeggiatura. È un paradosso che vale la pena custodire: il riposo di alcuni è, per molti altri, tempo di lavoro intenso, spesso poco visibile e poco valorizzato. Su questo crinale, tra chi si ferma e chi continua a lavorare per permetterlo, si può innestare bene la riflessione di questo mese.
Giovanni Paolo II, nella Laborem Exercens, ci ricorda che «con la parola “lavoro” viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo», ogni attività che l’uomo può e deve riconoscere come lavoro «in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni» di cui è capace in forza della sua stessa umanità. È una definizione ampia, quasi generosa, che non riduce il lavoro alla sola prestazione professionale retribuita: vi rientra ogni attività umana creativa, ogni impegno quotidiano vissuto responsabilmente, persino il modo in cui scegliamo di vivere il nostro tempo libero. Ed è proprio questa ampiezza che ci permette di guardare anche al riposo estivo non come a un vuoto, un semplice arresto del fare, ma come a un’occasione perché quella stessa creatività, quella stessa intelligenza che don Ottorino ci invitava a mettere nel lavoro, si esprima in un modo diverso: nel gioco con i figli, nella lettura di un libro rimasto in sospeso, nella cura di una relazione trascurata durante l’anno, nel silenzio di una preghiera più distesa. Anche il riposo, se vissuto con questa consapevolezza, può diventare “lavoro” nel senso più alto: un’opera dell’uomo che collabora, a suo modo, al disegno di Dio.
Torna qui la parola di don Ottorino, che nella meditazione del 6 gennaio 1962 racconta come il Signore abbia dato all’uomo la legna e la possibilità di accendere il fuoco, dicendogli: “Ti ho creato intelligente, adesso lavora anche tu con la tua intelligenza”. Non c’è, in questa immagine, alcuna distinzione tra un tempo “sacro” dedicato al lavoro e un tempo “profano” dedicato al riposo: c’è un unico invito, valido in ogni momento della giornata e dell’anno, a usare l’intelligenza e il cuore che Dio ci ha donato per rendere santa ogni cosa che facciamo. È per questo che don Ottorino poteva dire, con parole quasi sorprendenti nella loro semplicità, che il lavoro «è una cosa santa», e affidare a chi lo ascoltava il compito di andare a dirlo agli uomini, ricordando che anche Gesù, il Divino Maestro, «aveva i calli alle mani». Un’affermazione che, se la lasciamo abitare in agosto, si allarga naturalmente anche al riposo vissuto con gratitudine e responsabilità: pure il riposo, quando è autentico ristoro e non fuga, quando rimette al centro le relazioni e la preghiera, partecipa di quella stessa santità.
C’è tuttavia un ultimo passaggio che non possiamo lasciare cadere, e che papa Leone XIV ci ha richiamato con forza nell’esortazione apostolica Dilexi te dello scorso ottobre: l’amore della Chiesa per i poveri non è un gesto di condiscendenza, ma «giustizia ristabilita», mentre la mancanza di equità resta «radice di tutti i mali sociali». Pensiamo allora, proprio in questo mese, a chi lavora nell’ombra dell’estate altrui: al personale stagionale spesso sottopagato, a chi presta servizi essenziali con turni pesanti proprio mentre la maggioranza riposa, a chi non può permettersi alcuna pausa. Riconoscere che il lavoro è cosa santa significa anche questo: guardare con occhi diversi, più giusti e più grati, chi ci permette di vivere il nostro riposo, e non dare per scontato il suo sacrificio.
Agosto, allora, può diventare per ciascun membro della Famiglia di don Ottorino un piccolo laboratorio spirituale: un mese per imparare a fare di ogni attività — lavorativa o di riposo, visibile o nascosta — un’occasione di santità, portando nella preghiera personale e nella Messa sia la fatica di chi lavora sia la gratitudine di chi si riposa. Non è una domanda che si esaurisce in trenta giorni: è un modo di guardare al tempo, a tutto il tempo, che vale la pena custodire anche quando settembre ci restituirà ai ritmi ordinari.
Un piccolo invito, prima di chiudere: in questo numero della newsletter trovate anche il Cruciverba ottoriniano, un modo leggero e conviviale per confrontarci ancora, in famiglia, con i temi carismatici del Mondo del Lavoro.
Buon agosto a tutti, a chi riposa e a chi lavora.
Equipe della Comunicazione

