Chi sta occupando il vuoto che lasciamo?

C’è un’espressione che ricorre ogni mattina nella preghiera con cui offriamo il nostro lavoro, e che vale la pena rileggere con attenzione prima di continuare: “Fa’ che esso sia collaborazione alla tua opera creatrice, mezzo di redenzione per me e per i fratelli, servizio e solidarietà per un mondo più umano e fraterno”. Non è un’invocazione decorativa. Dice, in poche righe, che cosa sia davvero il lavoro per chi lo vive alla luce del Vangelo: non una prestazione da scambiare con uno stipendio, ma una collaborazione all’opera con cui Dio continua a creare il mondo attraverso le mani di chi lavora. È quello che la nostra tradizione chiama diaconia del lavoro, ed è un patrimonio spirituale enorme, capace di dare senso alla fatica quotidiana di un operaio, di un’insegnante, di chi cura i malati o educa i più piccoli.

Il problema è che questo patrimonio, se non viene coltivato, curato, trasmesso, non resta semplicemente inutilizzato: rischia di essere sostituito. E chi si sta muovendo per occupare quello spazio, proprio in questi anni, sono in prima linea le stesse imprese che dovrebbero occuparsi soltanto di produrre beni e servizi.[1]

Da tempo alcuni osservatori del mondo del lavoro segnalano un fenomeno che merita di essere guardato in faccia senza ingenuità: le aziende, dopo aver a lungo diffidato di tutto ciò che sapeva di spirituale, sono diventate le prime consumatrici di “prodotti spirituali”. Corsi di leadership interiore, “meditation room” in ufficio, ritiri aziendali nel bosco per il team building, veri e propri riti di gruppo prima delle riunioni importanti: sono forme di liturgia laica che nascono per rispondere a un bisogno reale[2] — le persone hanno sete di senso, di appartenenza, di qualcosa che tenga insieme cuore e lavoro — ma che lo fanno finalizzandolo tutto a un unico obiettivo, l’aumento della produttività e del “consenso” dei dipendenti. Si è arrivati a parlare, non a caso, di “leadership spirituale” e persino di una nuova “meritocrazia spirituale”: un capo che non ha più bisogno di comandare, perché i collaboratori hanno interiorizzato così bene i suoi obiettivi da sentirli come propri, felici di obbedire a se stessi.[3]

È una dinamica seducente, perché imita — anzi scimmiotta — qualcosa di autenticamente bello: la capacità che la fede ha sempre avuto di trasformare dall’interno le persone, senza bisogno di imposizioni esterne. Solo che qui il fine non è la libertà della persona, il suo bene integrale, la sua crescita nella verità; il fine resta, dichiaratamente, il risultato aziendale. Ciò che era gratuità diventa strumento; ciò che era dono diventa risorsa da estrarre. Ed è comprensibile che accada: se la comunità cristiana non è più capace di generare capitale spirituale — cioè persone equipaggiate di una vita interiore solida, di pratiche di preghiera, di un’appartenenza che le tiene salde nei momenti di crisi — qualcun altro, prima o poi, proverà a colmare quel vuoto. E lo farà secondo la sua logica, non secondo la logica del dono.

È qui che entra in gioco, con urgenza, la nostra responsabilità come Famiglia di don Ottorino. Per secoli — lo ricordano bene i documenti della nostra tradizione, dalla Regola di Vita a Il Mondo del Lavoro — è stata la famiglia, la comunità cristiana, la parrocchia a fornire ai lavoratori quel bagaglio interiore con cui affrontare i cancelli della fabbrica o le porte dell’ufficio: una fede capace di sostenere nella fatica, di dare senso al sacrificio, di trasformare la routine in offerta. Oggi questo compito non può essere dato per scontato. Come Amici, come Sorelle nella diaconia, come comunità di Religiosi abbiamo in mano qualcosa che vale la pena riconoscere con gratitudine prima ancora che con impegno: un carisma che da sempre guarda il lavoro “a partire dagli ultimi”, che sa leggere la fatica quotidiana come luogo teologico e non come semplice fattore produttivo, che possiede già, nella preghiera di offerta e nella pratica della diaconia, un linguaggio capace di dare senso vero a ciò che altrove viene solo simulato. È una ricchezza che chiede di essere presa sul serio e messa in circolo con più intenzionalità: se ci prendiamo cura, con pazienza e continuità, dell’educazione spirituale di chi lavora, offriamo al mondo qualcosa che nessun’altra istituzione può offrire con la stessa autenticità — non un surrogato di senso costruito a tavolino, ma un’esperienza viva di fede che nasce dalla comunità e alla comunità ritorna.

C’è poi un secondo motivo, forse ancora più urgente, per cui questa cura non può più aspettare: la testimonianza che dobbiamo ai più giovani. Chi oggi ha vent’anni si affaccia al mondo del lavoro portando con sé una domanda di senso reale, spesso più autentica di quanto un certo linguaggio ecclesiale sappia riconoscere.[4] Non è, quasi mai, una domanda dottrinale — “esiste Dio, e che cosa devo credere” — ma una domanda esistenziale: che cosa mi tiene in piedi, come guarisco le mie ferite, come trovo un lavoro che non sia semplice sopravvivenza ma vocazione. Se a questa domanda non risponde una comunità viva, capace di offrire esperienza più che teoria, cammino più che catechismo, rischia di rispondere l’azienda con il suo “coach spirituale” di turno, o peggio ancora nessuno, lasciando il giovane lavoratore solo davanti a un compito che le sole categorie manageriali non possono reggere.

Ecco allora la posta in gioco, detta senza giri di parole. Il cristiano che lavora porta con sé, spesso senza saperlo, una ricchezza che il mondo del lavoro oggi cerca disperatamente e non sa più produrre da sé: la capacità di vivere la fatica non come semplice costo ma come partecipazione a un’opera più grande; la capacità di collaborare senza bisogno di essere manipolato, perché già libero nel profondo; la capacità di stare nelle relazioni di lavoro con verità, senza bisogno di liturgie aziendali che sostituiscano la comunità vera. Ma questa ricchezza va coltivata, altrimenti resta un patrimonio inespresso, e un patrimonio inespresso, si sa, prima o poi si consuma o viene sostituito da qualcos’altro — magari da una copia più luccicante, ma vuota, di ciò che era.

Non è una battaglia che si vince con un decreto o con un corso spot. È piuttosto un compito che chiede pazienza, comunità viva, accompagnamento reale delle persone nel loro lavoro quotidiano — quello che la nostra pastorale chiama, appunto, diaconia del lavoro. Vale la pena chiedersi, ciascuno nella propria comunità: quanto tempo e quanta cura stiamo dedicando davvero a far crescere lavoratori cristiani consapevoli del tesoro che portano?

di Equipe della Comunicazione

Bibliografia

[1]Cfr. Luigino Bruni, «Il capitale spirituale», Città Nuova, n. 05/2025, pubblicato il 15 maggio 2025 (www.luiginobruni.it).

[2]Sul fondamento di questo bisogno nella letteratura scientifica cfr. Sofia Lupi, «La spiritualità nelle organizzazioni», Risorse Umane.

[3]Cfr. Luigino Bruni, «La salvezza non è un’impresa», Avvenire, 18 febbraio 2017.

[4]Cfr. Papa Francesco, discorso alla delegazione di «The Economy of Francesco», 25 settembre 2024: «bisogna osare nuove parole: i cristiani lo hanno sempre fatto, non hanno mai avuto paura del nuovo» (vatican.va).

 

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